L’aumento dei prezzi nel settore industriale

Covid, guerra e rialzo dei prezzi

La crisi del coronavirus, nel 2020 e 2021, ha avuto un impatto economico particolarmente significativo.

Ad oggi, 2022, la guerra russo-ucraina ha spodestato dai nostri media e quindi dai nostri pensieri la pandemia.

L’inaspettata ampiezza e brutalità della guerra, unita alla strisciante minaccia di un’escalation nucleare hanno imposto una reazione compatta e severa da parte dell’Occidente, che ha adottato sanzioni senza precedenti alla Russia, innescando così tensioni nei mercati e nei commerci. 

Rialzo dei prezzi alla produzione industriale

A febbraio 2022 i prezzi alla produzione dell’industria aumentano dello 0,4% su base mensile e del 32,8% su base annua. Sul mercato interno i prezzi aumentano dello 0,2% rispetto a gennaio 2022 e del 41,4% su base annua. Al netto del comparto energetico, la crescita dei prezzi è più sostenuta rispetto alla rilevazione precedente (+1,0%) mentre si riduce a +11,7% in confronto a un anno fa.

Nel trimestre dicembre 2021-febbraio 2022, rispetto ai tre mesi precedenti, i prezzi alla produzione dell’industria segnano un aumento dell’11,1%, dovuto principalmente all’incremento dei prezzi sul mercato interno (+14,0%), mentre la crescita dei prezzi sul mercato estero è molto più contenuta (+2,8%).

Gli incrementi più marcati riguardano:

    • coke e prodotti petroliferi raffinati (+35,7% mercato interno, +14,4% area euro, +50,3% area non euro), 
    • metallurgia e fabbricazione di prodotti in metallo (+23,9% mercato interno, +32,1% area euro, +25,8% area non euro)
    • prodotti chimici (+20,6% mercato interno, +20,7% area euro, +18,6% area non euro).

Produzioni componenti elettronici 

Un recente studio del Fondo Monetario  Internazionale ha stimato che l’anno scorso le strozzature nelle catene del valore sono costate all’area euro circa il 2% di  prodotto interno lordo. 

“La carenza di semiconduttori – essenziali per molte industrie strategiche come i mezzi di trasporto, i macchinari industriali, la difesa – è stata particolarmente dannosa” – ha comunicato il presidente del consiglio Draghi.

L’ambizione europea è aumentare la propria quota di mercato dal 10 al 20% della produzione globale di chip entro il 2030.

Questo incremento ci permetterebbe di garantire la sicurezza degli approvvigionamenti a fronte di eventuali ritardi nelle importazioni. 

Il Chips Act

E’ una preoccupazione alla quale l’Europa cerca di porvi rimedio: l’8 febbraio scorso la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, aveva annunciato un progetto ambizioso:

l’European Chips Act che aumenterà la nostra resilienza alle crisi future, consentendoci di anticipare ed evitare interruzioni della catena di approvvigionamento. 

Chips Act sosterrà l’ambizione dell’Ue di diventare leader nel settore con investimenti considerevoli: 15 miliardi di euro in ulteriori investimenti privati e pubblici entro il 2030, che si aggiungono ai 30 miliardi di euro già pianificati, finanziati “dal Next Generation Eu, dal programma Horizon e dai bilanci nazionali.


Settore automotive e microchip

Il settore automotive nel 2020 – con l’inizio della pandemia di Coronavirus e del conseguente lockdown – è sprofondato in un momento di crisi molto dura, arrivando addirittura fino al -98% delle immatricolazioni, livelli mai visti prima.

Purtroppo l’intero comparto fatica ancora a riprendersi, nonostante siano passati ormai due anni. I bonus statali per l’acquisto di nuove vetture hanno aiutato le case automobilistiche a non sprofondare in una situazione irreversibile sia nel 2020 che nel 2021. Oggi attendiamo ancora i nuovi incentivi per il 2022. Proprio a causa di questo momento di attesa di misure di sostegno, anche il mese di marzo è stato “fermo”, influenzato in maniera negativa dalla completa assenza di forme di aiuto agli automobilisti.

Inoltre l’incertezza legata all’andamento della pandemia ha portato anche la carenza di microchip con conseguente crisi dei semiconduttori. In più la guerra tra Russia e Ucraina ha aggravato ulteriormente una situazione economica generale già in flessione.

Allora perché non si producono più microchip?

La risposta è per nulla banale: le aziende si muovono, investono, aprono nuovi impianti, ma ci sono delle problematiche intrinseche: per costruire una fabbrica di semiconduttori ci vuole molto tempo, sono costose, complesse da utilizzare e, rispetto alle linee di assemblaggio delle case automobilistiche, modeste nella produzione.

Gli impianti adibiti alla produzione di semiconduttori sono perennemente in funzione, 24 ore al giorno per 365 giorni l’anno, il che rende oggettivamente difficile aumentare la produzione.

Un nuovo stabilimento automobilistico può raggiungere la piena capacità produttiva in appena sei mesi, traguardo che un impianto di fabbricazione di microchip può raggiungere anche in cinque anni. Entrando nello specifico, quanto ci vuole a costruire un’auto e a produrre un chip? Per la prima dalle 15 alle 30 ore, per il secondo fino a cinque mesi includendo il confezionamento, la spedizione e l’installazione. E ogni auto, all’interno, ha migliaia di chip.

In risposta alla carenza mondiale, i produttori di chip hanno accelerato gli investimenti per soddisfare le esigenze dell’industria automobilistica, con la crisi che ha imposto necessariamente una comunicazione più diretta tra case e produttori.


Settore meccanica in Italia

Le aziende che operano nella componentistica meccanica rischiano di dover interrompere la produzione a causa del continuo aumento dei costi non più ammortizzabili. La crisi è iniziata lo scorso anno e si è aggravata nelle ultime settimane dalla crisi Russia – Ucraina.

Anima Confindustria lancia l’allarme per la produzione a rischio – “Serve un intervento sui costi dell’energia, delle materie prime e dei noli marittimi.” 

I rincari dell’energia

I rincari dell’energia hanno avuto impatto sulle imprese energivore, ma anche sui loro clienti che hanno subito:

  • il rincaro energetico che ha raddoppiato le bollette
  • difficoltà a reperire i materiali a causa dei rallentamenti o chiusure di imprese che stanno a monte della filiera che ha a sua volta determinato l’esplosione del costo delle materie prime che per i settori Anima incide circa per il 50% sul valore del prodotto finale

I blocchi produttivi ucraini e le sanzioni contro la Russia provocheranno nuovi shock sul lato dell’offerta di materie prime e di semilavorati, determinando impatti devastanti sui prezzi e sulle potenzialità di fornitura di commodity necessarie alle filiere produttive italiane.

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